Economia

Un nuovo modo di pensare l’economia per uscire dalla crisi

La crisi economica che abbiamo vissuto negli ultimi anni ha condizionato profondamente la vita delle imprese, delle famiglie e degli individui. Molte imprese sono morte, molte famiglie hanno perso tutto, molti individui si sono persi. Non ci dobbiamo scoraggiare. Anche le peggiori crisi portano un germe importante di cambiamento: quando tutto è perso ciò che rinasce è l’uomo e i suoi valori. Ogni errore, ogni difficoltà è un fattore importante di crescita e di cambiamento per l’uomo. Non si può perdere l’occasione per un profondo cambiamento culturale nell’approccio dell’economia e dei temi economici, non si può perdere l’occasione di imparare qualcosa da quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo.

Le logiche dell’economia volta al “solo profitto” hanno ancora una volta mostrato in tutta la loro forza i loro limiti e quello che era, apparentemente, il fattore di generazione di ricchezza ha portato a perdere tutto e a distruggere anche il valore creato dalle generazioni precedenti. Alcune imprese sono riuscite coraggiosamente a navigare nei marosi della crisi e a continuare a fare profitti. In genere, chi è riuscito a sopravvivere, ha scelto la via dell’internazionalizzazione cercando nuovi mercati all’estero e, una volta trovati, in molti casi si è reso conto che produrre all’estero, forse, era più conveniente, considerati i “regimi” fiscali nazionali che hanno contribuito a strangolare molte imprese.

L’esternalizzazione ha prodotto altra crisi, nell’indotto soprattutto: morte di imprese, crisi di occupazione e del lavoro nazionale che hanno avuto come ultimo anello di questa catena negativa, ancora una volta, le famiglie che hanno perso, con il lavoro, la fonte di sostentamento e la serenità. Altri imprenditori, molto più coraggiosamente, hanno deciso di mantenere “ad ogni costo” le produzioni in Italia per salvaguardare lavoratori e famiglie, ma vivono con disagio l’oppressione fiscale e difficilmente riescono ad essere concorrenziali nei propri settori, vista l’elevata incidenza dei costi di produzione. Ancora una volta, riesce a vendere chi vende all’estero ove, ancora e per fortuna, la genialità delle soluzioni produttive italiane e la loro qualità trovano un mercato di gente disposta a “comprare” e, soprattutto, gente con capacità di spesa.

Si, proprio la capacità di spesa delle famiglie si sta rilevando il peggior nemico per l’uscita dalla crisi e la ripresa del ciclo economico. Il mercato interno non ha più capacità di spesa perché gli stipendi dei lavoratori a mala pena riescono a “far arrivare alla fine del mese” e, se qualcosa avanza, lo Stato, con le continue nuove tasse, erode ulteriormente capacità di spesa ed esclude qualsiasi possibilità di risparmio. Stiamo drammaticamente consumando quello che le generazioni precedenti erano riuscite a mettere da parte. Si è innescato un ciclo negativo per cui lo Stato ha un bilancio negativo crescente e l’unica soluzione che continua ad essere proposta dalla politica alla “madre di tutti problemi” è l’aumento delle entrate fiscali. L’aumento delle entrate fiscali erode la capacità di spesa delle famiglie e la capacità di investimento delle imprese. I consumi interni calano – da qui la deflazione – e le imprese non riescono più a vendere. Le imprese che non riescono più a vendere sono costrette – per mantenere un’economicità delle produzioni – ad agire sull’unica leva “per non chiudere” consentita in un mercato asfittico: ridurre i costi di produzione. Il primo costo di produzione su cui agire è sempre la spesa del personale: da qui licenziamenti, riduzione degli stipendi e, grazie alle politiche demagogiche della politica, norme in grado di assicurare la “necessaria flessibilità” per garantire all’impresa di navigare nelle crisi senza troppi vincoli di responsabilità verso i propri lavoratori (vedi Jobs Act).

Ma quando tutti i costi saranno compressi oltre l’incomprimibile, su quali leve potranno confidare gli imprenditori per continuare a far vivere le imprese se non ripartono i consumi?

Occorre invertire il ciclo negativo e, in questo, lo Stato e la Politica hanno una responsabilità grandissima. Occorre consentire alle imprese di agire su altre leve per poter produrre beni ad un costo sostenibile, riducendo il carico fiscale che in nessun altro paese ha raggiunto un livello così elevato. L’unica soluzione per ridurre il crescente saldo negativo di bilancio dello Stato è ridurre le spese e recuperare efficienza per mantenere un elevato livello di welfare e di servizi che dia sicurezza ai cittadini. Non è una contraddizione: si può e si deve ridurre le spese inutili mantenendo adeguati servizi primari per la società. Gli imprenditori devono avere la possibilità di assicurare stipendi adeguati ai dipendenti che in anni di lavoro hanno acquisito importanti professionalità applicando il loro sapere e la loro inventiva. Non possiamo distruggere questo patrimonio di competenze e di conoscenza, né tanto meno, offrire quale unica soluzione per giovani preparati, la fuga verso l’estero.

I lavoratori debbono essere orgogliosi di lavorare per le aziende e soddisfatti del loro lavoro e della giusta remunerazione della loro professionalità. Solo in questo modo, in una società di lavoratori “felici” e soddisfatti potrà rinascere la voglia di spendere e di consumare. Dal consumo delle famiglie ripartirà il mercato interno. Dal mercato interno ripartirà la produzione delle imprese. La produzione delle imprese, dalla soddisfazione dei lavoratori, trarrà importanti benefici in termini di capacità produttiva ma, soprattutto, in termini di individuazione di novità di prodotti e di soluzioni produttive utili ad assicurare la competitività nei mercati globali. La genialità “tutta italiana” potrà trovare un terreno fertile in un ambiente non più depresso e deprimente. L’Uomo potrà esplicare pienamente la propria Umanità e la società nel suo complesso sarà adeguata e preparata per le nuove sfide che il cambiamento ormai continuo e sempre più intenso impongono. Non si può restare fermi.

Paradossalmente, proprio dal ciclo positivo, le imprese trarranno profitto, maggiore profitto, ma si tratterà di un profitto responsabile e giusto che l’intelligenza degli imprenditori non potrà non condividere con quelli che hanno aiutato a produrli: maggiore sarà la soddisfazione dei lavoratori e maggiore sarà la profusione di impegno nella produzione. Per assicurare la soddisfazione dei lavoratori le stesse imprese contribuiranno, privatamente, ad accrescere la qualità del welfare assicurando molti servizi sociali ai lavoratori (asili, assistenza medica, formazione e crescita culturale, svago), diminuendo progressivamente la spesa pubblica per i servizi sociali.

La necessità di percorrere una nuova strada per uscire dalla crisi e per dare nuovo respiro all’economia comincia a farsi strada tra gli imprenditori più illuminati. Esempi importanti di ricerca della soddisfazione dei lavoratori, di miglioramento sociale del contesto ove avviene la produzione li abbiamo nel glorioso passato imprenditoriale umbro: Luisa Spagnoli, tra le altre iniziative in favore dei lavoratori della Perugina, ad esempio, arrivò a creare un Parco (la Città della Domenica) ove i lavoratori delle aziende potessero ricrearsi con le proprie famiglie. Esempi importanti di condivisione del profitto con i lavoratori e impiego degli utili non egoistico per il miglioramento della società locale, della cultura e dell’ambiente li troviamo ancora oggi in Umbria (vedi Brunello Cucinelli – e non importa che sia schierato con la sinistra, quando l’obiettivo è il bene comune qualunque forza politica può concorrere alla realizzazione del comune obiettivo).

La necessità di scegliere una nuova strada per uscire dalla crisi che veda al centro un’impresa sociale comincia a prendere vigore tra gli stessi imprenditori: è significativo che il Presidente di Confindustria Squinzi, in un recente convegno alla fine di marzo, abbia indicato quale modello per uscire dalla crisi quello di “impresa sociale” ideato da Adriano Olivetti e richiamato la necessità di orientarsi verso il “bene comune” disegnato a livello filosofico da Jacques Maritain.

Papa Francesco ha anche recentemente invitato a percorrere strade diverse in economia perché “questa economia uccide”; servono nuovi programmi, meccanismi e processi orientati ad una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso. La dottrina sociale della Chiesa, non certamente da oggi, afferma che gli strumenti del mercato e della finanza non sono neutri, vanno fatte delle scelte; gli stessi debbono essere ispirati ai principi della solidarietà e della sussidiarietà.

Per cambiare il modello economico certamente è importante cambiare il modo di pensare degli imprenditori, come sta cercando di fare il Presidente di Confindustria, ma prima di tutto è importante il ruolo della Politica che deve creare un contesto normativo favorevole a ridare fiducia agli imprenditori, ai lavoratori e alle famiglie perché si abbandoni la depressione generata dalla crisi e si guardi il futuro con ottimismo e fiducia. Per questo noi vogliamo impegnarci, con il vostro sostegno.

Stefano Baldassarri